L’IA non pensa, ma può far pensare meglio

Festival della Scienza 2026 – Genova, 30 ottobre 2026

Due filosofi, un po’ di informatica e molte domande sul nostro futuro con l’intelligenza artificiale.

Venerdì 30 ottobre ho partecipato a una conferenza del Festival della Scienza di Genova dal titolo particolarmente stimolante: «L’IA non pensa, ma può far pensare meglio», con il sottotitolo «Limiti e potenzialità di ChatGPT & Co.».

L’incontro si è svolto nella bella sede dell’Accademia Ligure di Scienze e Lettere, a Palazzo Ducale, una sala raccolta, circondata da scaffali pieni di libri, particolarmente adatta a un confronto su conoscenza e intelligenza artificiale.

I due relatori erano Davide Picca, dell’Università di Losanna, e Alberto Romele, dell’Università Sorbonne Nouvelle di Parigi, entrambi italiani e con una formazione filosofica, anche se con percorsi professionali differenti.

Proprio questo è stato uno degli aspetti che ho apprezzato maggiormente: affrontare il tema dell’intelligenza artificiale non soltanto attraverso l’informatica, ma soprattutto dal punto di vista filosofico, linguistico e sociale.

I due hanno anche scritto insieme il libro «ChatGPT e le intelligenze artificiali. Una biografia intellettuale», pubblicato da Fandango Libri nel 2025, che è stato uno dei punti di partenza della conferenza.

L’intelligenza artificiale non è soltanto una questione tecnica

Alberto Romele ha aperto la discussione ricordando che l’intelligenza artificiale non è semplicemente un insieme di algoritmi, ma un fenomeno che sta modificando il nostro rapporto con la conoscenza, la creatività, il lavoro e persino le relazioni personali.

Ha parlato delle immagini e degli stereotipi con cui i media rappresentano l’IA, delle questioni legate alla produzione artistica e letteraria e delle conseguenze sociali ed economiche della diffusione di queste tecnologie.

Un passaggio interessante ha riguardato anche la materialità dell’intelligenza artificiale: dietro servizi che sembrano immateriali si trovano enormi centri di calcolo, con consumi energetici, necessità di raffreddamento e conseguenze ambientali.

Insomma, l’IA non è soltanto qualcosa che troviamo sullo schermo del computer o dello smartphone.

Ma come funziona davvero ChatGPT?

Davide Picca ha affrontato la parte più tecnica, cercando di spiegare in maniera comprensibile il funzionamento dei grandi modelli linguistici, gli LLM.

L’esempio proposto era molto semplice: completare la frase «Il gatto dorme sul…».

Il modello elabora il testo attraverso rappresentazioni numeriche e attribuisce diverse probabilità alle possibili continuazioni: divano, letto, tappeto e molte altre.

Ma il punto interessante è che le possibilità non si esauriscono con quelle più comuni.

Partendo dalla parola «cura», il relatore ha mostrato come si possano costruire collegamenti con medicina, terapia e assistenza, ma anche con giardino, restauro, ecologia e tempo.

Qui è entrato in gioco Umberto Eco, con la distinzione tra un dizionario organizzato gerarchicamente e un’enciclopedia intesa come rete di rimandi e significati.

L’intelligenza artificiale può aiutarci a esplorare collegamenti che non avremmo immediatamente considerato. Ma siamo noi a dover valutare se quei collegamenti abbiano senso e siano pertinenti.

È questo uno degli aspetti filosofici della conferenza che ho trovato particolarmente interessanti.

Oracolo o bibliotecario?

Una delle immagini più efficaci dell’incontro è stata la distinzione tra due modi di utilizzare l’intelligenza artificiale.

Come un oracolo: facciamo una domanda, riceviamo una risposta e la consideriamo attendibile senza approfondire troppo.

Come un bibliotecario: utilizziamo lo strumento per cercare informazioni, formulare nuove domande, confrontare possibilità e verificare le fonti.

La differenza non riguarda tanto lo strumento quanto il nostro atteggiamento.

Un modello linguistico può produrre risposte molto convincenti anche quando contiene errori o citazioni inventate. Per questo i relatori hanno insistito sull’importanza di non accettare passivamente ciò che viene generato.

Hanno anche osservato che uno dei limiti dei testi prodotti automaticamente è la loro tendenza a essere corretti, scorrevoli, ma spesso piuttosto uniformi e poco originali.

Per ottenere qualcosa di più interessante occorre lavorare, discutere, riformulare e non fermarsi alla prima risposta.

Un gioco per scoprire che utenti dell’IA siamo

La conferenza ha avuto anche un momento divertente e partecipativo.

Attraverso un QR code, i presenti hanno potuto rispondere a dieci domande di un piccolo quiz, «Oracolo o bibliotecario?».

Il gioco combinava due atteggiamenti nell’utilizzo dell’IA, quello oracolare e quello bibliotecario, con due diverse visioni del suo futuro, riprendendo la distinzione di Umberto Eco tra apocalittici e integrati.

Ne risultavano quattro possibili profili.

Ho partecipato anch’io, trovando l’esperimento divertente e interessante, pur trattandosi, come precisato dagli stessi autori, di un gioco divulgativo e non di un test scientifico rigoroso.

Alla fine sono stati proposti anche alcuni consigli pratici: non fermarsi alla prima risposta, controllare le fonti, continuare a esercitare le proprie capacità, chiedersi chi trae vantaggio da queste tecnologie e imparare a utilizzarle con metodo.

Se siete curiosi di provarlo, trovate il quiz qui:
https://claude.ai/artifact/XNMx4VVXD9HHoiKT1sP5Pp

Chi controlla l’intelligenza artificiale? E quanto ci costerà?

Il dibattito con il pubblico ha occupato una parte significativa dell’incontro ed è stato particolarmente vivace.

Le domande hanno toccato temi molto diversi: dalla protezione dei dati personali alla possibilità che le macchine sviluppino una forma di coscienza, dalle conseguenze per la scuola alle alternative open source ai grandi servizi commerciali.

Sono intervenuto anch’io con una domanda che nasce dalla mia esperienza quotidiana.

Oggi utilizzo abitualmente servizi di intelligenza artificiale attraverso un abbonamento dal costo relativamente accessibile. Ho il sospetto che quello che pago sia inferiore al costo del servizio. Ma che cosa accadrebbe se, in futuro, le aziende decidessero di aumentare enormemente i prezzi per far diventare i servizi remunerativi, rendendo questi strumenti economicamente inaccessibili per molti?

La risposta ha aperto una riflessione che va ben oltre il costo di un abbonamento.

Attualmente una parte importante delle tecnologie più avanzate è controllata da poche grandi aziende private, che possono decidere prezzi, condizioni di utilizzo e strategie commerciali.

È stato quindi affrontato il tema delle alternative aperte, dei modelli che possono funzionare su computer personali, attraverso strumenti come Ollama, e della possibilità di sviluppare forme di collaborazione e standard condivisi, richiamando l’esperienza del W3C per il Web.

Naturalmente non sappiamo come evolveranno i prezzi e il mercato, ma la questione dell’accessibilità futura a questi strumenti mi sembra molto importante.

Un pubblico eterogeneo e un confronto vivace

Un altro aspetto che ho apprezzato è stata la composizione del pubblico.

Mi è sembrato che fossero presenti persone con livelli di conoscenza molto differenti: alcune probabilmente alle prime esperienze con l’IA, altre piuttosto scettiche, altre ancora decisamente preparate, come dimostrava il carattere tecnico di alcune domande.

Questa varietà ha contribuito a rendere la discussione particolarmente interessante, anche perché i relatori hanno saputo alternare spiegazioni accessibili e approfondimenti più specialistici, senza rinunciare a qualche battuta.

Il tempo previsto è stato ampiamente utilizzato e il confronto avrebbe probabilmente potuto continuare ancora.

Una conferenza che ha fatto pensare

Sono uscito dall’incontro con la sensazione di aver impiegato bene il mio tempo.

Conoscevo già diversi aspetti tecnici dell’intelligenza artificiale e la utilizzo frequentemente, ma l’approccio filosofico dei due relatori mi ha offerto prospettive differenti.

Mi è piaciuta soprattutto l’idea che il valore dell’intelligenza artificiale non stia soltanto nelle risposte che riesce a produrre, ma anche nelle domande che può aiutarci a formulare.

Forse è proprio questo il significato più interessante del titolo della conferenza: non delegare il pensiero a una macchina, ma utilizzare la macchina per ampliare le possibilità del nostro pensiero.

E direi che, almeno in questa occasione, l’obiettivo è stato raggiunto.


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